La festa di Natale


Venni al mondo proprio in questo giorno, nel trentaquattro, sotto ar sor Benito
che a quattro anni attaccò la Francia e, a dieci o undici, era già finito.
Nun me ricordo troppo de' la guerra, se non mio padre che parlava a li sordati,
conosceva er tedesco pe' la prigionia - de l'altra guerra - senza carri armati.

Passaron l'anni, primo dopoguerra: la fame che stringeva li carzoni,
quattordici anni come ultimo figlio, mia madre che sartava colazioni.
Poi venne mio fratello, n'antro fijo, capii ce non c'era altro da fare
se non partire per cercar fortuna, fuori, a Roma e dov'altro andare?

Piazza Vittorio era pure allora, il posto dove s'arriva da sfollato,
bambino ero, tutto er santo giorno co' l'acqua era fredda, non ero pagato.
Ma l'importante era, in quel momento, avercela qualcosa da mangiare,
poi i giorni passano, come foglie ar vento, serviva er sordo e volli lavorare.

Meccanico sarei stato volentieri ma non c'era la possibilità di imparare
e, in edilizia eran troppi i pesi: sacchi da cinquanta da portare.
Nel tempo libero appresi presto l'arte, la mano si affilò con la cucchiara
un maleppeggio invece delle carte e col fratazzo davo una lisciata.

Andavo avanti ed a poco a poco, mi guadagnai i soldi per comprare
una moto di seconda - da "signore" - e il portafoglio sempre da mostrare.
Lo Stato si ricordò di me in quel momento: è ora, come tutti di servire
la Patria e i "magnapane a tradimento". Manco era male, non lo potevo soffrire.


1 commento:

Piero Proietti ha detto...

Ho scritto questa "cosa" dopo aver scattato una foto al cancello della casa che questo uomo ha pensato e costruito, sulla terra che ha curato e coltivato, sino a questa estate - nonostante tutto - e dove, certamente su commissione, qualche prodiga mano ha cambiato il lucchetto e lasciato un telefono per la "trinciatura". Come dire, il nobile sentimento della vergogna sembra sparito e perso in questa società.