Sa che te dico, è proprio de Zagarolu:
la 'igna, l'ortu, le troppe e le signore;
è scura, te 'n adru Dio - me ne so accortu -
ma sogna proprio comme sogno solu.
Te dice: ma quant'è bellu quistu postu
co' lu 'urcanu de fogu a li castelli
lu tempiu a la Fortuna a li cancielli,
lu 'endu, l'acqua, la grandine e stu rospu.
Che po' sarria eo, che parlo strano,
che non sò all'ardezza e co 'n dialettu strettu
ner mentre essa, che arri'a da londano,
te parla co' la grazia de 'n librettu.
Però che stranu scherzu che è l'amore
o terria da scri'e la 'ida piana, piana,
te sendi ancora a azzecca pe' la sallida,
eppure è un'adra 'ida che te chiama.
Plaza de Mayo
Ho conosciuto una donna bellissima con la morte nel cuore.
Lei, un inno alla vita - fugace - ed incapace di vita;
un inno alla gioia ma è triste o con troppe parole,
un monumento alla bontà abbandonata e da sola.
Ho conosciuto un instante, un momento d'amore,
mi sono illuso con lei e la vedevo fiorita;
ma non posso guarirla però, non ho in dono la vita
e la fine verrà come a tutti, forse solo più prima.
Ho conosciuto una donna sensibile e capace d'amore,
un politico onesto che soffre e che ama la sfida
buttata fuori da tutto e legata ad una croce,
con dei cani che le abbaiano appresso e le mordon le dita.
E imbecilli, cerumi e costumi di ipocriti audaci,
buoni solo a sfilare, a mentire e senza più alcun pudore,
che pretendono di insegnarti l'oggi, ma non hanno un domani,
che pretendono di guidare la gente e non conoscono onore.
Così io, che qua dentro mi sento, certe volte da solo,
con lei che giace sfinita ed incapace ad uscire;
me la immagino il giorno che ha visto i desaparecidos cadere
sopra quel cimitero italiano in un giorno d'aprile.
La capisco e la vorrei nutrire, ma rifiuta il mio cibo
e, se si circonda di ladri e puttane, è solo per aiutare,
ma è un fiore bellissimo, in un mondo che mi sembra appassito,
eppure alla fine è da sola e non sa' più che sperare.
Lei italiana che mente e che sa' bene di mentire,
quasi agnostica e pura ma che per un gesto d'amore,
s'è abbracciata alla luna dell'Islam, per portarne il dolore:
si dichiara somala, africana, nera dal profondo del cuore.
Per poi cantarti di alpini, di storie di guerra e di marce forzate,
raccontarti l'infanzia - lunghe fila di gente da fare scappare -
dall'inferno argentino - elicotteri in cielo - neri come lupare;
lei, poco più che bambina e suo padre, a timbrare e timbrare.
E il ritorno, il ritorno che poi sarebbe girato in amaro,
ma che in Lei, ignorando il futuro, agitava nel cuore:
finalmente la casa, la Carnia, il borgo dal quale il suo avo
era partito per la terra dei Daci che non hanno un padrone.
Dove sono, mi chiedo, tutti quelli che questa donna ha aiutato
quei politici a cui ha portato voti, idee e dedizione,
dove i suoi figli, gli affetti, chi le ha preso la mano
e ti sembra incredibile ma vero e senza alcuna ragione.
Dove sta suo fratello che, forse, sarebbe stato avvocato
e che, invece, è stato reciso prima d'essere in fiore?
Quella madre, che corse dietro suo figlio per il troppo dolore?
E i giullari di corte si beano della loro impressione.
Lei, un inno alla vita - fugace - ed incapace di vita;
un inno alla gioia ma è triste o con troppe parole,
un monumento alla bontà abbandonata e da sola.
Ho conosciuto un instante, un momento d'amore,
mi sono illuso con lei e la vedevo fiorita;
ma non posso guarirla però, non ho in dono la vita
e la fine verrà come a tutti, forse solo più prima.
Ho conosciuto una donna sensibile e capace d'amore,
un politico onesto che soffre e che ama la sfida
buttata fuori da tutto e legata ad una croce,
con dei cani che le abbaiano appresso e le mordon le dita.
E imbecilli, cerumi e costumi di ipocriti audaci,
buoni solo a sfilare, a mentire e senza più alcun pudore,
che pretendono di insegnarti l'oggi, ma non hanno un domani,
che pretendono di guidare la gente e non conoscono onore.
Così io, che qua dentro mi sento, certe volte da solo,
con lei che giace sfinita ed incapace ad uscire;
me la immagino il giorno che ha visto i desaparecidos cadere
sopra quel cimitero italiano in un giorno d'aprile.
La capisco e la vorrei nutrire, ma rifiuta il mio cibo
e, se si circonda di ladri e puttane, è solo per aiutare,
ma è un fiore bellissimo, in un mondo che mi sembra appassito,
eppure alla fine è da sola e non sa' più che sperare.
Lei italiana che mente e che sa' bene di mentire,
quasi agnostica e pura ma che per un gesto d'amore,
s'è abbracciata alla luna dell'Islam, per portarne il dolore:
si dichiara somala, africana, nera dal profondo del cuore.
Per poi cantarti di alpini, di storie di guerra e di marce forzate,
raccontarti l'infanzia - lunghe fila di gente da fare scappare -
dall'inferno argentino - elicotteri in cielo - neri come lupare;
lei, poco più che bambina e suo padre, a timbrare e timbrare.
E il ritorno, il ritorno che poi sarebbe girato in amaro,
ma che in Lei, ignorando il futuro, agitava nel cuore:
finalmente la casa, la Carnia, il borgo dal quale il suo avo
era partito per la terra dei Daci che non hanno un padrone.
Dove sono, mi chiedo, tutti quelli che questa donna ha aiutato
quei politici a cui ha portato voti, idee e dedizione,
dove i suoi figli, gli affetti, chi le ha preso la mano
e ti sembra incredibile ma vero e senza alcuna ragione.
Dove sta suo fratello che, forse, sarebbe stato avvocato
e che, invece, è stato reciso prima d'essere in fiore?
Quella madre, che corse dietro suo figlio per il troppo dolore?
E i giullari di corte si beano della loro impressione.
![]() |
Plaza de Mayo |
![]() |
Desaparecidos |
![]() |
Desaparecidos |
![]() |
Giacomo Valent |
Ripariamo il mondo
In un mondo che va a rotoli,
averti baciato mi riempie di gioia
e del desiderio di sfiorarti ancora.
In questo mondo sfasciato, abbracciarti
è come unire il mondo, ripararlo.
In questo posto dove occorre gridare per essere notati,
dove si devono dire stronzate per essere visti,
il tuo semplice sorriso di donna riempie il mio cuore
ed il solo pensarti, mi riempie di te.
averti baciato mi riempie di gioia
e del desiderio di sfiorarti ancora.
In questo mondo sfasciato, abbracciarti
è come unire il mondo, ripararlo.
In questo posto dove occorre gridare per essere notati,
dove si devono dire stronzate per essere visti,
il tuo semplice sorriso di donna riempie il mio cuore
ed il solo pensarti, mi riempie di te.
Canto alla luna
Colpito al cuore, dimentico della propria tristezza, il poeta cantava;
sentiva dentro di sè le emozioni di Lei, la farfalla volante.
Volava lontano, battendo le ali con allegria e decisione,
volava via, doveva andar via, la sua vita è volare.
E il poeta l'avrebbe cantata, come un grillo alla luna,
ne avrebbe seguito i suoi passi, discreto, Lei affacciata sul mondo
a donare sorrisi, illuminare la notte, regalare la pace,
nel villaggio sperduto, nella fredda foresta, sulla riva di un lago...
Era deciso così, aveva scritto il Destino, coi suoi grandi progetti
e, così doveva andare, per il sorriso del ragazzo e quello di Krishna
dell'internet point. Si, era giusto davvero, ne restava l'emozione
e sentiva la pace, la serenità, la bellezza del suo fascino immenso.
Chiuse gli occhi il poeta, ad ammirare la luna,
gli aveva donato le eclissi, ora si sentiva già sole!
sentiva dentro di sè le emozioni di Lei, la farfalla volante.
Volava lontano, battendo le ali con allegria e decisione,
volava via, doveva andar via, la sua vita è volare.
E il poeta l'avrebbe cantata, come un grillo alla luna,
ne avrebbe seguito i suoi passi, discreto, Lei affacciata sul mondo
a donare sorrisi, illuminare la notte, regalare la pace,
nel villaggio sperduto, nella fredda foresta, sulla riva di un lago...
Era deciso così, aveva scritto il Destino, coi suoi grandi progetti
e, così doveva andare, per il sorriso del ragazzo e quello di Krishna
dell'internet point. Si, era giusto davvero, ne restava l'emozione
e sentiva la pace, la serenità, la bellezza del suo fascino immenso.
Chiuse gli occhi il poeta, ad ammirare la luna,
gli aveva donato le eclissi, ora si sentiva già sole!
Un poeta
Ha bisogno di Pace,
ha bisogno di Luce,
ha bisogno di un'altra città.
Ma un poeta è un poeta,
anche quando cammina,
sulla strada sospeso a metà.
Quando scopre un sorriso,
o si ferma su un fiore,
quando cerca un amore o chissà.
E, se ti sembra da solo,
ed ha lo sguardo nel vuoto,
sta cercando la sua libertà.
ha bisogno di Luce,
ha bisogno di un'altra città.
Ma un poeta è un poeta,
anche quando cammina,
sulla strada sospeso a metà.
Quando scopre un sorriso,
o si ferma su un fiore,
quando cerca un amore o chissà.
E, se ti sembra da solo,
ed ha lo sguardo nel vuoto,
sta cercando la sua libertà.
Er problema de li carcoli
Macchè, nun esce, ha deciso de restare,
er dottore dice che ce vo' più cortisone;
n'amico me consijia - zompa pe' le scale -
io penso sia la pervi, in conclusione.
Allora nun ce resta che cercare,
si ce so' antri modi, pe' allentà er bacino;
magara co' 'n ber fiasco, a liquidare,
co' li problemi, puro er sassolino.
M'ammaggino de scenne pe' le scale,
ce provo pure, ma nun ne viene gnente;
ner mentre, giusto ipotesi, a trottare
è più sicuro che se smova, er ventre.
Si la cavalla te spigne a cavarcare,
fa sarta' li carcoli puro a chi li sente.
er dottore dice che ce vo' più cortisone;
n'amico me consijia - zompa pe' le scale -
io penso sia la pervi, in conclusione.
Allora nun ce resta che cercare,
si ce so' antri modi, pe' allentà er bacino;
magara co' 'n ber fiasco, a liquidare,
co' li problemi, puro er sassolino.
M'ammaggino de scenne pe' le scale,
ce provo pure, ma nun ne viene gnente;
ner mentre, giusto ipotesi, a trottare
è più sicuro che se smova, er ventre.
Si la cavalla te spigne a cavarcare,
fa sarta' li carcoli puro a chi li sente.
Scenno a la prossima
A vorte te chiedi a che servon li poeti,
cento vorte vale più 'r fisico che 'r core;
e poi te chiedi a che servon li segreti,
ce so altre vie pe' parla' d'amore.
Eppure 'ntigni ancora, e ancora credi
ce sia quarcosa - in fonno - a 'sto rumore,
un quarche senso - andietro - a 'sti pianeti,
significati - 'ppiccicati - a le parole.
Se così nun fosse e, dovessimo lasciare,
er monno, a girare ancora pe' 'sto verso,
nun vojo vede, mejo è l'ideale;
nun vojo crede ce 'o sento ch'è diverso.
Ma, si questo è 'n tramve e questo qua è 'r viaggiare
ehi conducente, fateme er piacere,
fermate tutto - vojo anna' pe' mare -
scenno a la prossima, faccia 'r suo dovere!
cento vorte vale più 'r fisico che 'r core;
e poi te chiedi a che servon li segreti,
ce so altre vie pe' parla' d'amore.
Eppure 'ntigni ancora, e ancora credi
ce sia quarcosa - in fonno - a 'sto rumore,
un quarche senso - andietro - a 'sti pianeti,
significati - 'ppiccicati - a le parole.
Se così nun fosse e, dovessimo lasciare,
er monno, a girare ancora pe' 'sto verso,
nun vojo vede, mejo è l'ideale;
nun vojo crede ce 'o sento ch'è diverso.
Ma, si questo è 'n tramve e questo qua è 'r viaggiare
ehi conducente, fateme er piacere,
fermate tutto - vojo anna' pe' mare -
scenno a la prossima, faccia 'r suo dovere!
L'infinito
Dolce, come una donna che ti cerca,
di rugiada la tua bocca felice,
come un guanto, il tuo corpo, indossato.
Bella, come può esserlo un'amante,
con un sorriso così tenero,
da coprirsi di baci e attenzioni.
Forte, come chi sa dare l'amore,
senza chiederti niente;
come chi si offre e conosce la vita.
Cara, come può esserlo un'amica;
unica, come i nostri fragili incontri
di stelle marine e coralli, tra le braccia del mare.
Averti e lasciarti, questo il nostro respiro,
di onda e risacca, che la spiaggia rinnova;
baia, d'una dolcezza infinita, di fronte ad un mare più ampio.
Come naufrago, cullato tra le tue onde, ho dormito,
la mia testa, sulle morbide dune, ha trovato riposo
e il mio ventre, in battigia, l'approdo.
Pura emozione, di sole e di acque,
ti vengo incontro, ti sfioro e riparto:
io e le mie povere cose a cercar l'infinito.
di rugiada la tua bocca felice,
come un guanto, il tuo corpo, indossato.
Bella, come può esserlo un'amante,
con un sorriso così tenero,
da coprirsi di baci e attenzioni.
Forte, come chi sa dare l'amore,
senza chiederti niente;
come chi si offre e conosce la vita.
Cara, come può esserlo un'amica;
unica, come i nostri fragili incontri
di stelle marine e coralli, tra le braccia del mare.
Averti e lasciarti, questo il nostro respiro,
di onda e risacca, che la spiaggia rinnova;
baia, d'una dolcezza infinita, di fronte ad un mare più ampio.
Come naufrago, cullato tra le tue onde, ho dormito,
la mia testa, sulle morbide dune, ha trovato riposo
e il mio ventre, in battigia, l'approdo.
Pura emozione, di sole e di acque,
ti vengo incontro, ti sfioro e riparto:
io e le mie povere cose a cercar l'infinito.
Un abbraccio
In alto si fa presto a scriver rime, saltando sopra lacrime e problemi,
ma andando avanti questo non avviene, o peggio, scavi e trovi quel che temi;
allora chiudi, torni, cambi il verso; cercando, sia pur dentro, un'altra strada;
studi il percorso, ti rendi un po' diverso; sfiori soltanto la parte, va evitata.
Ci sono però cose che ti stanno dentro - presenti - ma rinchiuse dentro te,
rocce che riaffiorano al momento, senza porgerti ne' scuse ne' un perché;
ma certo, sei stata la mia prima Musa, col tuo sorriso tu m'hai fatto uscire,
cingendomi d'alloro - come s'usa - per salutarti il Paolo con le rime.
Da allora, ho continuato la mia strada e navigo, da tempo, coi miei remi
legno che scende, come una sciarada, ma poi risale, a rincorrere poemi;
eppure ci metto dentro solo il mio, mestiere onesto, è quello del poetare,
mestiere antico, se non proprio il prio, dai miei meandri ad arrivare al mare;
e allora cosa dirti dolce amica, che sussurrare ai tuoi begli occhi e al cuore,
mestiere onesto quello del poetare, bello come una donna che sa dare amore.
ma andando avanti questo non avviene, o peggio, scavi e trovi quel che temi;
allora chiudi, torni, cambi il verso; cercando, sia pur dentro, un'altra strada;
studi il percorso, ti rendi un po' diverso; sfiori soltanto la parte, va evitata.
Ci sono però cose che ti stanno dentro - presenti - ma rinchiuse dentro te,
rocce che riaffiorano al momento, senza porgerti ne' scuse ne' un perché;
ma certo, sei stata la mia prima Musa, col tuo sorriso tu m'hai fatto uscire,
cingendomi d'alloro - come s'usa - per salutarti il Paolo con le rime.
Da allora, ho continuato la mia strada e navigo, da tempo, coi miei remi
legno che scende, come una sciarada, ma poi risale, a rincorrere poemi;
eppure ci metto dentro solo il mio, mestiere onesto, è quello del poetare,
mestiere antico, se non proprio il prio, dai miei meandri ad arrivare al mare;
e allora cosa dirti dolce amica, che sussurrare ai tuoi begli occhi e al cuore,
mestiere onesto quello del poetare, bello come una donna che sa dare amore.
Lettera di una madre nel bosco...
Mamma mi sposo! Ed hai aperto speranze nel mio cuore di donna.
Mamma, mi sposo! E vi vedo felici scegliere il vostro cammino.
Mamma, mi sposo! E mi scorrono dentro, come fiume che scende,
gli anni passati, i ricordi, le gioie ed anche qualche dolore.
Gli abbracci a te piccolino che - già - andavi a passetti,
il curarti i ginocchi ed a volte baciarli per farti guarire,
tirarti su robusto dalla mia fragilità, sino a quando mi chiesi:
ma chi è quell'adulto che ha mangiato il mio bimbo?
Attimi improvvisi, momenti, speranze,
i sogni di una vita, i compleanni, gli amici,
le corse agli allenamenti, i tuoi primi amoretti;
eppure, eppure, quanto bello mi appare
quest'uomo, che pure ha ingoiato mio figlio.
Siete la - vi vedo - affacciata sulla finestra della vita,
vi osservo e mi chiedo se sarete felici;
ma il dubbio è per me, è dentro al mio cuore,
ed inespresso, alla fine, si scioglierà in lacrime
un giorno; ma si, forse, proprio quel giorno.
Mamma, mi sposo! E mi mancherai, come mi sei già mancato,
negli anni di studio, al lavoro, il tumulto di un amore nascente,
nelle ore con lei, nelle cure per lei, nei tuoi stessi pensieri.
Piano, piano la tua casa è diventata uno spazio veloce,
mi sembrava di non capire - e capivo - crescevo con voi.
Penso alla nostra famiglia, ormai una quercia possente,
che gode del canto dei passeri e protegge i passanti
e non ha gran bisogno di cure, pur se ha sempre bisogno di voi.
Da sotto questa quercia ti dico - sia ogni cura per lei -
perchè ogni amore che nasce, ogni promessa di vita,
ha bisogno d'attenzione, d'amore, come pianta di acqua.
Ed imparo e, mi sento inesperta, sotto ai rami giganti,
che pur proteggono bene, ma - io stessa viandante -
nel mentre rivivo i tuoi giorni di allora, mi scopro a rubarvi
- da madre - ancora un po' delle vostre stesse emozioni,
e sovrapporle alle mie, che sposavo tuo padre.
Ma un altro ruolo ci attende e, senza togliervi il sole,
dovremo di nuovo imparare, prepararci a studiare,
in questo bosco, così pieno vita, che siete, che siamo.
Adesso, che la tempesta è passata, sento crescere l'erba;
si stende dalle nostre radici alle vostre, poi molto più in la
e, le grosse gocce di pioggia, sino a qui trattenute,
ora possono scendere, senza fare del male.
Mamma, mi sposo! E vi vedo felici scegliere il vostro cammino.
Mamma, mi sposo! E mi scorrono dentro, come fiume che scende,
gli anni passati, i ricordi, le gioie ed anche qualche dolore.
Gli abbracci a te piccolino che - già - andavi a passetti,
il curarti i ginocchi ed a volte baciarli per farti guarire,
tirarti su robusto dalla mia fragilità, sino a quando mi chiesi:
ma chi è quell'adulto che ha mangiato il mio bimbo?
Attimi improvvisi, momenti, speranze,
i sogni di una vita, i compleanni, gli amici,
le corse agli allenamenti, i tuoi primi amoretti;
eppure, eppure, quanto bello mi appare
quest'uomo, che pure ha ingoiato mio figlio.
Siete la - vi vedo - affacciata sulla finestra della vita,
vi osservo e mi chiedo se sarete felici;
ma il dubbio è per me, è dentro al mio cuore,
ed inespresso, alla fine, si scioglierà in lacrime
un giorno; ma si, forse, proprio quel giorno.
Mamma, mi sposo! E mi mancherai, come mi sei già mancato,
negli anni di studio, al lavoro, il tumulto di un amore nascente,
nelle ore con lei, nelle cure per lei, nei tuoi stessi pensieri.
Piano, piano la tua casa è diventata uno spazio veloce,
mi sembrava di non capire - e capivo - crescevo con voi.
Penso alla nostra famiglia, ormai una quercia possente,
che gode del canto dei passeri e protegge i passanti
e non ha gran bisogno di cure, pur se ha sempre bisogno di voi.
Da sotto questa quercia ti dico - sia ogni cura per lei -
perchè ogni amore che nasce, ogni promessa di vita,
ha bisogno d'attenzione, d'amore, come pianta di acqua.
Ed imparo e, mi sento inesperta, sotto ai rami giganti,
che pur proteggono bene, ma - io stessa viandante -
nel mentre rivivo i tuoi giorni di allora, mi scopro a rubarvi
- da madre - ancora un po' delle vostre stesse emozioni,
e sovrapporle alle mie, che sposavo tuo padre.
Ma un altro ruolo ci attende e, senza togliervi il sole,
dovremo di nuovo imparare, prepararci a studiare,
in questo bosco, così pieno vita, che siete, che siamo.
Adesso, che la tempesta è passata, sento crescere l'erba;
si stende dalle nostre radici alle vostre, poi molto più in la
e, le grosse gocce di pioggia, sino a qui trattenute,
ora possono scendere, senza fare del male.
Dum spiro spero II
Dove va un Paese dove è possibile dire ad un marito
che non si può assistere alla cremazione della propria moglie?
Dove va un Paese dove è possibile vedere e sfiorare le ceneri fumanti della propria consorte
ma non ritirarle perchè urna-disponibile-domani?
Dove urna-disponibile-domani il giorno dopo richiede un'agenzia?
Dove va un Paese dove per morire c'è bisogno di un decreto?
Dove sorridere, dopo che la natura ha ancora una volta fatto il suo corso,
nell'ottusità di un Parlamento di regime, viene considerato disdicente?
Dove si è uccisa l'ironia per un ghigno di morte e ci si denomina partito della vita?
Dove l'infamia è onore e si dedicano strade a latitanti scomparsi?
Dove chi ha coperto di insulti e monete il latitante scomparso, ora gli intitola strade;
con i servi che ringraziano e, potando lecci e mimose, fanno rinascere Roma?
Dove un buffone ha preso il potere tra i suoi servi e puttane?
Dove la sinistra è ferita o del tutto scomparsa
e la destra ha venduto se stessa ed i propri ideali.
Dove la crisalide della Chiesa di Cristo ha preso il posto della Chiesa di Cristo
e pontifica, pretende prebende e non ha com-passione;
e dimentica pietas, ragione e mistero per molto meno di trenta denari.
A che serve esser poeti in Italia dove è morta la speme
con vallette graziose a fare il Ministro al Governo;
dove è meglio un bel culo che un'anima pura?
che non si può assistere alla cremazione della propria moglie?
Dove va un Paese dove è possibile vedere e sfiorare le ceneri fumanti della propria consorte
ma non ritirarle perchè urna-disponibile-domani?
Dove urna-disponibile-domani il giorno dopo richiede un'agenzia?
Dove va un Paese dove per morire c'è bisogno di un decreto?
Dove sorridere, dopo che la natura ha ancora una volta fatto il suo corso,
nell'ottusità di un Parlamento di regime, viene considerato disdicente?
Dove si è uccisa l'ironia per un ghigno di morte e ci si denomina partito della vita?
Dove l'infamia è onore e si dedicano strade a latitanti scomparsi?
Dove chi ha coperto di insulti e monete il latitante scomparso, ora gli intitola strade;
con i servi che ringraziano e, potando lecci e mimose, fanno rinascere Roma?
Dove un buffone ha preso il potere tra i suoi servi e puttane?
Dove la sinistra è ferita o del tutto scomparsa
e la destra ha venduto se stessa ed i propri ideali.
Dove la crisalide della Chiesa di Cristo ha preso il posto della Chiesa di Cristo
e pontifica, pretende prebende e non ha com-passione;
e dimentica pietas, ragione e mistero per molto meno di trenta denari.
A che serve esser poeti in Italia dove è morta la speme
con vallette graziose a fare il Ministro al Governo;
dove è meglio un bel culo che un'anima pura?
Un invito ad evitare il pianto
(Libero adattamento di "A Valediction: forbidding mourning" di John Donne)
Come, serenamente spirano i giusti,
basta un sussurro, per dire alle loro anime di andare,
mentre gli amici intorno, ancor non sanno:
"si è spento il suo respiro", "può tornare".
Sciogliamoci così, senza rumore,
senza frotte di lacrime e sospiri:
sarebbe profanar la nostra gioia
svelare - a dei profani - il nostro amore.
Il moto della terra paure e mali porta,
specula l'uomo sul Fato e ciò che ha in mente
ma, la magica trepidazione della Volta,
pur così maggiore, in fondo, ci è innocente.
L'amore degli ottusi amanti delle voglie,
- per i quali l'anima è il senso -
non comprende l'assenza, che gli toglie
quelle cose che ne furono alimento;
ma noi, grazie ad un amore raffinato,
al punto tale da ignorare la sua essenza,
nella nostra comunione del Creato
meno curiam di perder occhi, labbra e mani.
Le nostre anime, che sempre insieme stanno,
anche se dovrò andare; non frattura,
piuttosto, un'espansione, queste avranno;
come oro, battuto, in lamina più pura.
Saremo sempre due, come punte gemelle d'un compasso
e la tua anima sarà il mio piede fermo,
quella che, in apparenza non fa un passo,
mentre si inclina verso, fa da perno,
ed anche se dimora presso il centro,
mentre che l'altra si spinge più lontano
si sporge a rimirar, segue l'intento,
per tornar eretta quando ci chiudiamo.
Così tu sei per chi, sia pure deve,
simile all'altra punta, muover storta:
la tua fermezza il cerchio mio sostiene
e, giusto al mio principio, mi riporta.
Come, serenamente spirano i giusti,
basta un sussurro, per dire alle loro anime di andare,
mentre gli amici intorno, ancor non sanno:
"si è spento il suo respiro", "può tornare".
Sciogliamoci così, senza rumore,
senza frotte di lacrime e sospiri:
sarebbe profanar la nostra gioia
svelare - a dei profani - il nostro amore.
Il moto della terra paure e mali porta,
specula l'uomo sul Fato e ciò che ha in mente
ma, la magica trepidazione della Volta,
pur così maggiore, in fondo, ci è innocente.
L'amore degli ottusi amanti delle voglie,
- per i quali l'anima è il senso -
non comprende l'assenza, che gli toglie
quelle cose che ne furono alimento;
ma noi, grazie ad un amore raffinato,
al punto tale da ignorare la sua essenza,
nella nostra comunione del Creato
meno curiam di perder occhi, labbra e mani.
Le nostre anime, che sempre insieme stanno,
anche se dovrò andare; non frattura,
piuttosto, un'espansione, queste avranno;
come oro, battuto, in lamina più pura.
Saremo sempre due, come punte gemelle d'un compasso
e la tua anima sarà il mio piede fermo,
quella che, in apparenza non fa un passo,
mentre si inclina verso, fa da perno,
ed anche se dimora presso il centro,
mentre che l'altra si spinge più lontano
si sporge a rimirar, segue l'intento,
per tornar eretta quando ci chiudiamo.
Così tu sei per chi, sia pure deve,
simile all'altra punta, muover storta:
la tua fermezza il cerchio mio sostiene
e, giusto al mio principio, mi riporta.
![]() |
| Ritratto di John Donne |
![]() |
| Un quadro di Elena Markova |
Dum spiro spero
Quanto è povero chi pensa che non ho perso niente,
nascosto dietro battute triviali, coperto alla puzza di wiskey,
oppure dalle cose da fare, da un'ulteriore occasione;
e non pensa, non vede ed ignora tutto quello che ho avuto e, che forse, non ha.
Quante volte per capire bisogna viverle le cose,
quante volte ci si rinchiude dietro un'adolescenza infinita,
dalla quale non cresciamo, non usciamo se non per andare alla tomba;
chiusi in se stessi, innocenti, al centro del proprio universo.
Incapaci di vedere prima ancor di capire, indolenti, dedicati a se stessi,
come un frutto maturo che "appare" ma insipido dentro,
per mancanza di acqua, coraggio; non ha avuto la ricchezza di questo dolore.
E non ha mai sofferto fame d'amore, forse solo di sensi,
tra la guerra e la fame, un cartone animato ed un telegiornale
prendendo per buone le facce splendenti della pubblicità.
nascosto dietro battute triviali, coperto alla puzza di wiskey,
oppure dalle cose da fare, da un'ulteriore occasione;
e non pensa, non vede ed ignora tutto quello che ho avuto e, che forse, non ha.
Quante volte per capire bisogna viverle le cose,
quante volte ci si rinchiude dietro un'adolescenza infinita,
dalla quale non cresciamo, non usciamo se non per andare alla tomba;
chiusi in se stessi, innocenti, al centro del proprio universo.
Incapaci di vedere prima ancor di capire, indolenti, dedicati a se stessi,
come un frutto maturo che "appare" ma insipido dentro,
per mancanza di acqua, coraggio; non ha avuto la ricchezza di questo dolore.
E non ha mai sofferto fame d'amore, forse solo di sensi,
tra la guerra e la fame, un cartone animato ed un telegiornale
prendendo per buone le facce splendenti della pubblicità.
Fogli bianchi
Un foglio bianco è quello che rimane
non c'è parola, tutto da riempire;
e così è il vuoto, dopo il funerale,
che solo adesso tu lo puoi avvertire.
Ed ora è notte, proprio notte fonda
ed io che mastico soltanto di parole
vorrei sentirti, percepire la presenza
sentirti battere laddove il dente duole.
Ma l'ultima immagine che voglio conservare
è il tuo sorriso, come neve al sole,
il giorno prima - festa di mimose -
che risponde al mio e, ancora, chiama amore.
Non ci fu strazio, non ci fu dolore
quando alla fine ti accingesti ad andare;
un foglio bianco è quello che rimane
e, ancora, chiama rima con dolore.
non c'è parola, tutto da riempire;
e così è il vuoto, dopo il funerale,
che solo adesso tu lo puoi avvertire.
Ed ora è notte, proprio notte fonda
ed io che mastico soltanto di parole
vorrei sentirti, percepire la presenza
sentirti battere laddove il dente duole.
Ma l'ultima immagine che voglio conservare
è il tuo sorriso, come neve al sole,
il giorno prima - festa di mimose -
che risponde al mio e, ancora, chiama amore.
Non ci fu strazio, non ci fu dolore
quando alla fine ti accingesti ad andare;
un foglio bianco è quello che rimane
e, ancora, chiama rima con dolore.
Cose da tassi
Quando schiara e viene il tempo che si chiama primavera,
dalla tana esce il tasso con sua anima serena;
un occhietto nella luce, tira fuori zitto, zitto,
per la strada che conduce nella vita a capofitto.
Quella tassa, invece, dorme anche quando è primavera
si diletta assai tra l'ombre, non si sente, un pò le pesa;
sì, l'occhietto tira fuori, ma poi pensa: è troppo presto,
certo è l'ora dell'amore, ma è tant'anni che lo aspetto...
Ma già il tasso si dichiara, o meglio, schiaccia l'occhiolino
mentre lei ancora si ripara che non vuole 'sto casino.
Porta il sole il mese pazzo, la bellezza di un bel prato
fuori l'orso e la sua orsa, la lucertola e il ramarro,
gli uccellini nella luce che cinguettano d'amore,
il serpente e la serpente che non cercano parole,
mentre, intorno, le farfalle si rincorrono a colore
e chi intona queste rime, manda un bacio, getta un fiore.
E la tassa allore esce, si abbandona nella vita
stringe forte a sè il suo tasso e ha già vinto la partita!
dalla tana esce il tasso con sua anima serena;
un occhietto nella luce, tira fuori zitto, zitto,
per la strada che conduce nella vita a capofitto.
Quella tassa, invece, dorme anche quando è primavera
si diletta assai tra l'ombre, non si sente, un pò le pesa;
sì, l'occhietto tira fuori, ma poi pensa: è troppo presto,
certo è l'ora dell'amore, ma è tant'anni che lo aspetto...
Ma già il tasso si dichiara, o meglio, schiaccia l'occhiolino
mentre lei ancora si ripara che non vuole 'sto casino.
Porta il sole il mese pazzo, la bellezza di un bel prato
fuori l'orso e la sua orsa, la lucertola e il ramarro,
gli uccellini nella luce che cinguettano d'amore,
il serpente e la serpente che non cercano parole,
mentre, intorno, le farfalle si rincorrono a colore
e chi intona queste rime, manda un bacio, getta un fiore.
E la tassa allore esce, si abbandona nella vita
stringe forte a sè il suo tasso e ha già vinto la partita!
In un giorno di sole
In un giorno di sole
e di freddo
andammo là,
era mattino.
Lei dormiva sulla sedia
ed io nervoso, entravo ed uscivo.
La vita,
la vita andava spegnendosi,
proprio nel mentre
le giornate si allungavano
e le mimose fiorivano,
poi le rondini sarebbero tornate.
Ero triste, chissà,
impotente sicuro.
Come spettro contemplavo
i tanti fiori in giardino;
in punto di morte,
la vita si rinnova.
e di freddo
andammo là,
era mattino.
Lei dormiva sulla sedia
ed io nervoso, entravo ed uscivo.
La vita,
la vita andava spegnendosi,
proprio nel mentre
le giornate si allungavano
e le mimose fiorivano,
poi le rondini sarebbero tornate.
Ero triste, chissà,
impotente sicuro.
Come spettro contemplavo
i tanti fiori in giardino;
in punto di morte,
la vita si rinnova.
In memoria del compagno Sacconi
Nel pieno delle proprie funzioni:
già Deputato,
sotto il politico e latitante;
fatto eleggere Senatore
dal Caligola di Arcore.
Qui giace
"diversamente vivo"
in attesa dell’approvazione
di una completa ed organica
disciplina in materia di fine vita,
l'Onorevole Maurizio Sacconi.
Fu socialista.
Ipotesi di lapide redatta in occasione dell'autorevole discorso alla Camera del defunto - per il passaggio a miglior vita di Eluana Englaro - nel gennaio 2009 e resa pubblica nel mese dei morti 2011 solo a causa del rischio attentati. Ripubblicata a seguito delle dimissioni del defunto nel gennaio 2014 a seguito dell'elezione del Prof. Mattarella a Presidente della Repubblica: "non per l'uomo - ma per il metodo".
La tomba fantasma
In questa tomba giace, se vi fosse un Dio al mondo,
una fanciulla morta ormai tanti anni fa;
invece resto sola, in questo girotondo,
tra chiacchiere e capricci delle autorità.
Perchè in un incidende perì Eluana un giorno,
tentarono di tutto, ma col piede era già qua;
quando il contratto scade, si vola via dal mondo
ma, nel nostro pover caso, la tengono di la.
Che già un suo caro amico, aveva perso prima
ed era stata chiara, sapeva come va;
la malasorte volle che anche il Cardinale
di lei volle parlare in odor di santità.
Ed un grasso animale, quello che fa cagnara,
la barba incolta e untuosa e il nome di città,
prese a portar bottiglie là sui gradini al Duomo,
davvero un gran sant'uomo, che compassione ha.
Comprende sempre meglio quello che più conviene,
quale - la via del bene - e dov'è - la libertà -
e sì che lui è un esperto, davvero un libro aperto,
passato ha tutto l'arco di costituzionalità.
Ma dico a me non pensi, caro figliol di Abramo,
a me che resto vuota e senza umanità,
che rubo qualche fiore, che vivo senza amore
e senza nessun padre che possa pianger qua?
Ma certo cosa importa, simpatico maiale,
la tua coerenza è tale che "sai" la verità.
Così mi porti l'acqua qua sui gradini al Duomo,
chiedendo il mio perdono e l'immortalità.
Eluana Englaro, ragazza. Lecco 1992 Il Foglio Panorama Dica33 Lettera di un padre disperato
una fanciulla morta ormai tanti anni fa;
invece resto sola, in questo girotondo,
tra chiacchiere e capricci delle autorità.
Perchè in un incidende perì Eluana un giorno,
tentarono di tutto, ma col piede era già qua;
quando il contratto scade, si vola via dal mondo
ma, nel nostro pover caso, la tengono di la.
Che già un suo caro amico, aveva perso prima
ed era stata chiara, sapeva come va;
la malasorte volle che anche il Cardinale
di lei volle parlare in odor di santità.
Ed un grasso animale, quello che fa cagnara,
la barba incolta e untuosa e il nome di città,
prese a portar bottiglie là sui gradini al Duomo,
davvero un gran sant'uomo, che compassione ha.
Comprende sempre meglio quello che più conviene,
quale - la via del bene - e dov'è - la libertà -
e sì che lui è un esperto, davvero un libro aperto,
passato ha tutto l'arco di costituzionalità.
Ma dico a me non pensi, caro figliol di Abramo,
a me che resto vuota e senza umanità,
che rubo qualche fiore, che vivo senza amore
e senza nessun padre che possa pianger qua?
Ma certo cosa importa, simpatico maiale,
la tua coerenza è tale che "sai" la verità.
Così mi porti l'acqua qua sui gradini al Duomo,
chiedendo il mio perdono e l'immortalità.
Eluana Englaro, ragazza. Lecco 1992 Il Foglio Panorama Dica33 Lettera di un padre disperato
Il miracolo di Babu a Natale
La striscia rossa, il vestito nero, uomo di fede ma non del clero;
la sua sirena, arma spianata, giunse e la notte ci fu negata.
Era vigilia del buon Natale, dormivo dentro ai miei propri stracci,
di fronte a Faber da ricordare, sonno leggero, sognavo viaggi.
Viaggi nel cielo, perchè son Babu, portavo dolci pe' i ragazzini
e dai camini dovevo entrare... Stavamo stretti, molto vicini;
il santo nero con la sirena si mise a urlare, poi ci disciolse.
Gettò il mio sacco, prese la tela; presto fu l'alba, dopo fu notte.
Io piano, piano salii lassù, dietro al colosso della colonna;
la mia coperta, che ormai non c'era, faceva un freddo della Madonna.
Il Santo Natale, le luci accese, ripresi presto a vaneggiare;
la febbre alta che mi difese, suoni confusi, tanta la fame.
Venne la notte del primo martire, quello che presto seguì Gesù,
gli dissi: Stefano, dai vengo anch'io. Distolsi gli occhi, non c'era più.
La notte dopo, tra mille luci, scelsi una stella sola lassù,
sorrisi e chiesi: lasciami andare, voglio volare nel cielo blu.
Quando discesi, dopo tre giorni, ad aspettarmi con la sirena,
vigili e santi, curiosi intorno, gli amici cari e Maria Teresa.
Là scorsi Carlo con la ferita, senza parole me lo abbracciai,
capii a quel punto che non ero in vita, sciolsi l'abbraccio, poi mi voltai.
Partì un applauso, da quella folla ed un amico gridò più forte:
vi ricordate tutti di noi, soltanto adesso, dopo la morte!
E una ballata salì nell'aria, era Fabrizio, che ora suonava;
raggiunsi Jones sulla collina, sotto la festa continuava.

Babu Raja Rhadka, clochard. Genova dicembre 2008. Repubblica, foto, IL SECOLO XIX
Carlo Giuliani, ragazzo. Genova 20 luglio 2001. Wikipedia
la sua sirena, arma spianata, giunse e la notte ci fu negata.
Era vigilia del buon Natale, dormivo dentro ai miei propri stracci,
di fronte a Faber da ricordare, sonno leggero, sognavo viaggi.
Viaggi nel cielo, perchè son Babu, portavo dolci pe' i ragazzini
e dai camini dovevo entrare... Stavamo stretti, molto vicini;
il santo nero con la sirena si mise a urlare, poi ci disciolse.
Gettò il mio sacco, prese la tela; presto fu l'alba, dopo fu notte.
Io piano, piano salii lassù, dietro al colosso della colonna;
la mia coperta, che ormai non c'era, faceva un freddo della Madonna.
Il Santo Natale, le luci accese, ripresi presto a vaneggiare;
la febbre alta che mi difese, suoni confusi, tanta la fame.
Venne la notte del primo martire, quello che presto seguì Gesù,
gli dissi: Stefano, dai vengo anch'io. Distolsi gli occhi, non c'era più.
La notte dopo, tra mille luci, scelsi una stella sola lassù,
sorrisi e chiesi: lasciami andare, voglio volare nel cielo blu.
Quando discesi, dopo tre giorni, ad aspettarmi con la sirena,
vigili e santi, curiosi intorno, gli amici cari e Maria Teresa.
Là scorsi Carlo con la ferita, senza parole me lo abbracciai,
capii a quel punto che non ero in vita, sciolsi l'abbraccio, poi mi voltai.
Partì un applauso, da quella folla ed un amico gridò più forte:
vi ricordate tutti di noi, soltanto adesso, dopo la morte!
E una ballata salì nell'aria, era Fabrizio, che ora suonava;
raggiunsi Jones sulla collina, sotto la festa continuava.

Babu Raja Rhadka, clochard. Genova dicembre 2008. Repubblica, foto, IL SECOLO XIX
Carlo Giuliani, ragazzo. Genova 20 luglio 2001. Wikipedia
Iscriviti a:
Post (Atom)







