Il giorno di Circe

Tra un cucciolo d'uman - rara sembianza - e piccoli canini con la coda,
che raccoglie dentro quella stanza, per sentir abbaiar con voce nota;
il Pato, che di tutti fu il peggiore, come lo lasciava faceva un casino
ma non era una faccenda di dottore, piuttosto era guardiano il piccolino.

Risolto che lei ebbe col canino tornò, presto, dal parco con la lupa
che Roma, riconoscente del casino, abbandonò dietro a una dirupa.
La trovavi intenta allo spulciare qualche randagio, con il suo sorriso,
sapeva farlo bene e continuava, le potevi legger l'orgoglio sopra il viso.

E viaggi e viaggi a sistemar quei cani, tra nord e sud, all'ovest ed al centro;
ti pareva instancabile, senza pari, con quel suo andare ed il portamento sveglio.
Chissà poi dentro cosa le frullava, per aver così bisogno a dare amore,

ma sorrideva, pure spettinata, sembrava un po' come chi non se ne duole.
Un giorno nell'andare alla dirupa, ci trovò un principe azzurro senza coda;
fuggirono insieme, non li fermò nessuno, col suo cavallo o forse sulla scopa.


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